SPALLE LARGHE

“Spalle Larghe”
(da “In Clandestinità”)

Quasi tutte le storie di amicizia vera iniziano con una fine.
Quella notte ero in procinto di chiudere il locale che erano ormai quasi le tre quando arrivò una telefonata. Era Mr. Mall.
“Condoglianze,” mi disse.
“Perché?” domandai.
“Per il vecchio… se n’è andato.”
“Ah già…” Preferivo non pensarci, preferivo non pensare che il mio ultimo eroe uno dei nostri scrittori preferiti non c’era più. Henry Baroyan non c’era più.
Ringraziai e riattaccai.
Pochi minuti il telefono squillò di nuovo.
Era ancora Mr. Mall.
“Se non hai da fare puoi venire…?”
“A dire il vero sto quasi chiudendo, ma se è urgente vengo subito.”
“È urgente,” disse. La voce sembrava nascondesse un’ altra scomparsa.
Lasciai la chiusura nelle mani del mio socio e mi misi in marcia con la mia vecchia auto di fiducia – più volte mi aveva riportato a casa quasi da sola – ed entrai nel ventre della città mentre la città se lo danzava, il ventre.
“Che potrà mai essere successo… gli saranno entrati i ladri, avrà litigato con la moglie… l’avrà uccisa… dove cazzo mi sto andando a infilare.” Ogni sorta di pensiero viaggiava con me in quel momento.
A memoria l’auto parcheggiò nel solito posto che sembrava riservato a quelle visite notturne.
Il Ticinese era stranamente silenzioso.
Suonai il citofono ricevendo come risposta l’apertura del portone.
Quando un uomo apre senza neanche chiedere “chi è?” è il segnale che la solitudine è già entrata in casa prima di voi e la disperazione è in agguato dietro di voi.
Attraversai il cortile e cominciai a salire per i gradini che portavano al ballatoio d’ingresso del piccolo appartamento. Mr. Mall era sull’uscio che mi attendeva con una bottiglia di birra in mano e una smorfia sul viso a metà tra un sorriso e una paresi rabbiosa.
“Vieni, Cina, vieni a vedere che è successo… vieni.”

Arrivai alla porta con il terrore di assistere a una scena del crimine. Entrai nel soggiorno. O meglio, quello che ne rimaneva.
Di cadaveri neanche l’ombra ma di fantasmi sì, il posto ne era pieno.
Era rimasto solo il pianoforte a coda sul quale regnavano i bossoli di quattro bottiglie di birra vuote e una ancora carica. La casa sembrava una di quelle case che si stanno per abbandonare o in cui si sta per entrare. Negli occhi di Mr. Mall si leggeva che se qualcosa o qualcuno stava per essere abbandonato non era certo la casa.
Allora si abbandonò, si lasciò andare come non aveva mai fatto e mi abbracciò aggrappandosi alle mie spalle larghe e in un pianto strozzato mi disse: “Non c’è più… se n’è andata… e guarda cosa mi ha lasciato… niente!”.
Nella stanza, oltre al pianoforte, c’erano due cartoni di libri, dischi,tazze,bicchieri e guide telefoniche….una vita nei cartoni.
Restammo a finire le birre parlando pochissimo di quello che era successo e poi me lo portai fuori, di nuovo in mezzo alla danza del ventre urbano.
Non aveva bisogno di parlare, Mr. Mall, aveva bisogno di una bussola e io ero felice di esserlo quella notte, anche se felice non è la parola giusta ma c’ero e questa era la cosa importante.
Se fosse rimasto da solo quella notte, Mr. Mall avrebbe viaggiato con i pensieri immobile dentro l’inferno, invece riuscii a portarlo nei posti peggiori che conoscevo e a fargli condividere la solitudine e la disperazione di una città fatta di solitudini e che si nutre di disperazione.
Eccoli allora: la creperie di via Crema e il chioschetto di Angelina, le mie oasi notturne, un paio di liti senza esito con la strada e i suoi animali, infine il posto peggiore di tutti, la mia periferia.
Mr Mall era ormai allo sbando, era come un pugile alle corde ma con nessuna intenzione di andare giù. E aveva ragione: il treno, quando arriva contro, si aspetta in piedi, con la guardia alzata come aveva fatto Tiberio Mitri… ma non era quello il momento, non era quello il caso, non era quella la donna.
Lo portai a dormire da me nella casa di nonna Domenica.
Al mattino ci alzammo, ci salutammo come se non fosse successo niente e ci abbracciammo come per dirci tutto.
Lui tornava verso il suo inferno, io restavo nel mio.

V.C.C.

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di Vincenzo Costantino

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