PERCHE’ TI CHIAMANO CINASKI ?

“ PERCHE’ TI CHIAMANO CINASKI?” ( da “In Clandestinità”)

C’era una luna strafottente la notte in cui attendevo con terrore l’arrivo del giorno dopo. Il mattino avrebbe portato con sé le domande terribili di una professoressa di matematica. Se le interrogazioni non si chiamassero così non incuterebbero timore e non ti farebbero sentire colpevole soprattutto quando non sai un cazzo.
Mi alzai con la determinazione di chi qualcosa doveva fare, qualcosa di ingegnoso per evitare l’interrogatorio. Pensai a una bomba nella scuola, a un finto sciopero, a uno stratagemma qualsiasi per tirarmi fuori da una figura marrone.
Ero in quella età in cui si è troppo giovani per avere coraggio e troppo grandi per essere vigliacchi: sedici anni, l’età dell’incoscienza.
Mentre l’autobus mi portava al supplizio le fermate scalavano e si avvicinava la discesa – la discesa all’inferno.
Per farmi coraggio mi ero già ingollato un paio di sorsi di Johnny Walker e una lattina di Heineken, la colazione degli incoscienti. Bevevo già da un anno. Il fisico mi aiutava a sopportare la velocità con cui stavo crescendo e a reggere, oltre all’alcol, la sorte che mi voleva vittima delle mie paure e di una maledetta infezione al fegato sfociata in acne cheloidea. Le cheloidi sono tumori della pelle grossi come fave che lasciano cicatrici aperte e dolorose sulla faccia, sulle spalle e sul petto. Questi segni, che ora mi sembrano medaglie, mi avevano allontanato da tutti e spinto verso l’odio nei confronti del mondo e amore per tutto quello che mi faceva dimenticare e sentire un altro: l’alcol!
La fermata alla quale dovevo scendere era già passata da tre. Decisi di proseguire e andare verso la città.
La città attendeva un giovane leone. Mi sentivo un giovane in preda alla smania di crescere e farla finita.
L’odore di pizza era forte come i fiori in primavera e gli ultimi soldi rimasti in tasca mi permettevano almeno un assaggio. Mangiavo la pizza e passeggiavo davanti alla Rinascente e mentre camminavo osservavo in maniera neutra le facce e le speranze, condividevo i sogni e le illusioni ma loro non lo sapevano e io li ignoravo. Erano solo materiale per il libro che sognavo di scrivere o la poesia che mi girava in testa in quel momento. Nessuno pensa che a sedici anni si possano scrivere poesie a meno che non ti chiami Rimbaud e ti innamori di te stesso.
Io sapevo che la gioventù è un lusso. A me interessava solo capire come farla franca e conservare la dignità di chi le cose le sa ma non ha voglia di discuterle. Era fuffa, scuse per far comprendere al mondo che io non stavo perdendo ma era il mondo che stava perdendo me e perdendo l’ennesima occasione di scoprire un poeta che non sapeva neanche di esserlo.
Io non lo so se lo fossi ma quando mi trovai sotto la galleria del Corso, di fronte a una locandina cinematografica con il culo di Ornella Muti in bella vista, mi fermai. Forse fu un pensiero poetico a spingermi o gli ormoni del sedicenne che erano in me, fatto sta che entrai in quel cinema e cercai il mio posto in solitaria per evitare chiunque e mi sedetti aspettando il Film.
“Storie di ordinaria follia.” Marco Ferreri. Di Charles Bukowski. Io non conoscevo nessuno dei due e non vedevo l’ora di vedere il culo di Ornella Muti.
Dopo un quarto d’ora tutto quello che avevo imparato a proposito della poesia francese e della maledizione era diventato segatura. La poesia che racconta la poesia, Ferreri che racconta Bukowski con la faccia di Ben Gazzarra. Non credevo fosse possibile scrivere in quel modo raccontando la vita. L’alcol non c’entrava niente. Bevevo già da un anno pensando a Baudelaire, che in quel momento mi sembrava l’ultimo dei poeti.
Ecco cosa cercavo. Uno che la vita la prende come viene e gli fa capire che in fondo non sente la necessità dell’amore corrisposto e coltiva il culto del silenzio quando non si ha un cazzo da raccontare.
Avevo trovato la mia strada, e ne dovevo fare ancora tanta.
Appena fuori dalla sala, ormai dimentico del culo italico, cominciai a mandare affanculo tutto quello che mi aveva affascinato fino a quel momento: gli hippies, la beat generation, il potere dei fiori, Woodstock, fate l’amore non fate la guerra. Iniziava la mia guerra personale in nome dell’amore per la vita. Non rinnegavo niente, avevo semplicemente cambiato strumento: l’asfalto ora aveva un senso, gli odori e le puzze diventavano i profumi della vita.
Avevo incontrato la chiave. Non mi restava che trovare la porta.
Di fronte a me c’era una libreria. Non era un caso che fosse proprio di fronte all’uscita del cinema.
Entrai ma in breve realizzai che non avevo più una lira. Mi avventurai comunque alla ricerca di un’opera qualsiasi di Charles Bukowski e quello che trovai era perfetto: una raccolta di poesie – “462-014” – che poi scoprii essere il numero telefonico della casa in cui il Vecchio aveva vissuto per un periodo, un numero che avrei composto innumerevoli volte per innumerevoli notti ottenendo sempre la stessa risposta: “desculpe el senor bukowski,el borrachon no esta mas aqui…”.
Una volta fuori dalla libreria, il Vecchio e le sue parole erano uscite con me, il mio primo esproprio letterario. …………………….
Il giorno dopo, sotto il banco di scuola, la solitudine del Johnny Walker venne alleviata da una nuova compagnia: il mio primo libro di Bukowski.
Cominciai a diffondere il verbo per tutta la scuola e tutta la citta, era il 1980 e la stampa italiana era ancora impegnata a commentare le foglie che cadono, la luna che splende e le stelle che luccicano.
Solo quando i francesi se ne accorsero dopo i tedeschi allora anche noi,e per noi intendo gli addetti ai lavori – ce ne accorgemmo… ma io ero arrivato prima. Ne ero fiero.
Una notte, dopo l’ennesima telefonata a vuoto e l’ultimo bicchiere di rum, quando sentii chiamare Hans, mandai tutti affanculo e urlai di chiamarmi Chinaski, che da quel momento in poi io ero Henry Chinaski, e che non capivano un cazzo della vita tanto quanto me ma se non altro io cercavo di viverla in ogni suo aspetto perché solo così un giorno avrei potuto raccontarla.
Nel giro di pochi giorni cominciarono a chiamarmi Cinaski.
Ormai, anche se avevo scoperto Francois Villon, non potevo più cambiare nome…

V.C.C.

Annunci
di Vincenzo Costantino Contrassegnato da tag

Scrivimi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...