Il mio articolo su XL di Aprile

Prendi un caffè di giorno, o esci la sera e ogni tanto li incroci, li vedi passare.

Vestono riciclato, occhialoni da vista, spacciano ironia e anticonformismo.

Il vocabolario slang oggi li definisce hipsters, definizione che non amano, esponenti della sottocultura che ama il pensiero indie, nel senso di indipendente.

Ma chi sono? Da dove provengono?

Il termine Hipster nasce negli anni quaranta per definire gli appassionati di jazz e in paricolare del Bebop.

L’etimologia del termine è discussa. Si fa risalire a hop, un termine gergale per oppio, oppure alla parola wolof hip, che significa vedere o hipi, che significa aprire gli occhi.

Ragazzi bianchi figli di una borghesia in declino emulatori di uno stile di vita, quello del jazzista afroamericano.

Sono figure distaccate, rappresentano la corrente esistenzialista statunitense, e sentono oppressivamente il peso della società consumistica del dopoguerra e dell’omologazione del pensiero. Sono distaccati. Si dimettono dalla società iniziando ad inseguire la loro esistenza profonda. Gli hipsters sono i tipi seri, abbottonati, misticamente in preda all’eroina che Kerouac descrive nella prima parte de I Sotterranei.

l’hipster caldo è il folle dagli occhi scintillanti, innocente e dal cuore aperto, chiacchierone, che corre da un bar all’altro, da una casa all’altra, alla ricerca di tutti, gridando irrequieto…”  (Jack Kerouac).

Norman Mailer, in un saggio intitolato Il Bianco Negro , li definisce dei separati dalla società, in preda ad un misterioso viaggio alla ricerca dell’io più eversivo.

Il jazz di San Francisco è la loro musica. Il jazz di Charlie Parker, modello di riferimento, è la colonna sonora della loro proiezione nella vita.

L’hipster è sotterraneo, amorale, anarchico, gentilmente decadente.

Trascende l’ipocrisia per rifugiarsi nella fuga o nel viaggio attraverso il jazz e la poesia come strumento.

L’hipster è nel secondo dopoguerra americano un rifugiato del pensiero.

Oggi è un rifugiato apparente, di classe medio alta, omologato alla distinzione, praticante della controcultura che meno è conosciuta meglio ti veste.

Il beautiful loser è diventato un beautiful poser.

A Brooklin, Los Angeles, Parigi, Londra e , in Italia, Bologna e Milano li vedi sfilare tra negozi di abiti usati, cibi biologici e rassegne di film coreani.

La musica indie fa da riferimento.

La Boheme, il neo liberismo o il radicalismo chic non c’entrano assolutamente niente con la ricerca dell’immagine che non si vuole avere.

Nessuna regola quando la regola è una sola :  non somigliare a nessuno per riconoscersi all’istante.

Se gli uni, i ragazzi del quaranta, erano inconsapevolmente poetici , gli altri, quelli che vedo oggi sembrano consapevolmente prosaici.

Arriva un momento in cui ognuno di noi è quel momento.

Quello è il momento di indossare se stessi.         (Vincenzo Costantino)

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di Vincenzo Costantino

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